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BAMBINI CHE GIOCANO

Siamo stati abituati al concetto che una buona fotografia non ha bisogno di particolari spiegazioni perché già di per se stessa dovrebbe rappresentare una comunicazione compiuta. Anzi, quando troppo spesso ci troviamo di fronte ad un’immagine fotografica che, ad esempio, ritrae alcuni bambini che stanno giocando e accanto il titolo “BAMBINI CHE GIOCANO”, la gran parte di noi prova un senso di stizza. Questo è un classico esempio di quanto il titolare un’immagine creativa sia del tutto inutile; discorso diverso per la fotografia documentaristica, dove i dati relativi al luogo, alla data e quelli esplicativi del contenuto sono parte integrante dell’informazione.
L’opera fotografica di Branko Lenart, privata dei propri titoli invece, è un opera incompiuta. E’ come se questo autore adoperasse la fotografia per fare letteratura: questa forma di comunicazione infatti si compone di tante parti (lettere, parole, frasi, capitoli) che solamente assieme danno un senso compiuto alla comunicazione. Ognuna di esse apporta il suo piccolo contributo affinchè nella nostra mente si ricrei il concetto che l’autore ha voluto trasmetterci; ognuna di esse, da sola, non ha alcun senso veramente compiuto, al meno ai fini di una comunicazione finalizzata.
La letteratura fotografica di Lenart si avvale di immagini che non sono mai casuali e che, anche se non preventivamente programmate, rispondono a dei canoni comunicativi suoi personali che egli, coerente al massimo, persegue da anni, molti anni. Il filo conduttore della sua opera risiede in una concettualità, direi, scherzosa, che gioca moltissimo con i significati non immediati della percezione visiva. Infatti egli affida ai titoli, che sono parte integrante del suo messaggio, buona parte della chiave di comprensione dell’opera stessa. Ma anche così, l’operazione non può dirsi conclusa: infatti egli ci fornisce gran parte degli strumenti decodificatori, ma non può intervenire in nostra vece sui rimandi alla storia dell’arte ed alla storia della fotografia, in particolare. Le sue opere infatti sono spesso messe in relazione all’opera di artisti famosi ed in questo sì che i titoli possono darci un aiuto.
In questa rassegna, per evidenti motivi di spazio, non abbiamo potuto fornire un quadro completo dell’opera fotografica di Branko Lenart:  si è deciso di esporre solamente parte delle opere del filone HAND (mano) nelle quali Lenart gioca con il concetto di “fatto a mano” e di “autoritratto”, in quanto c’è sempre  nell’immagine una parte fisica dell’autore od un rimando ad essa.  Questo filone è un work in progress che dura dagli inizi della sua carriera fotografica ed in un certo senso ne rappresenta una specie di autobiografia.
Artista concettuale a tutto tondo, egli persegue con coerenza i suoi obbiettivi comunicativi, affermandosi come una delle figura più interessanti della fotografia europea contemporanea e sicuramente quella di maggior rilievo della fotografia austriaca, che non a caso e sicuramente anche per merito suo, si è evidenziata in quella che potremmo definire la Scuola di Graz , vera fucina di talenti artistici e di critica:
 tra i primi ricordiamo volentieri Willmann, Furuya, Kaindl e tra i secondi Frisinghelli e  lo staff della rivista Camera Austria. Le sue opere fotografiche sono conservate presso i più prestigiosi musei d’arte contemporanea del mondo; ha avuto modo di lavorare spesso anche in Italia ed a Trieste è stato protagonista, tra gli altri, dell’operazione Trouver Triest che aveva il fine di presentare fotograficamente la città a Parigi nell’ormai lontano 1985.
(Adriano Perini)

 

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